Attualità
Stato di ubriachezza: quando l’autore di un reato non è imputabile?
Sono diversi i tipi di ubriachezza previsti dal nostro ordinamento, che disciplina anche l’assimilabile caso dell’intossicazione da sostanze stupefacenti
Quando l’autore di un reato non è imputabile per ubriachezza, non essendo capace di intendere o di volere al momento del fatto? Occorre preventivamente dire che possono sussistere diversi casi di ubriachezza, disciplinati da articoli distinti: ubriachezza accidentale (art. 91 c.p.); volontaria o colposa o preordinata (art. 92 c.p.); ubriachezza abituale (art. 94 c.p.); intossicazione cronica da alcool o da sostanza stupefacenti (art. 95 c.p.). Vediamo come il legislatore disciplina l’ubriachezza, nonché l’assimilabile caso dell’intossicazione da sostanze stupefacenti.
L’ubriachezza accidentale
L’art. 91 c.p. stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva la capacità di intendere e di volere, a cagione di piena ubriachezza derivata da caso fortuito o da forza maggiore. Se l’ubriachezza non era piena, ma era tuttavia tale da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere, la pena è diminuita”. Pertanto, l’ubriachezza accidentale, che, deriva da un caso fortuito o da forza maggiore e che, comporta l’assenza della capacità di intendere o di volere, determina la non imputabilità del soggetto agente. Qualora la capacità sia solo ridotta, si avrà comunque una diminuzione di pena. (es. l’operaio di una distilleria che, a causa di un guasto ad un impianto di depurazione, respiri i vapori alcolici liberatisi a causa del guasto medesimo).
L’ubriachezza non accidentale
L’ubriachezza non accidentale, che non deriva da caso fortuito o forza maggiore, ai sensi dell’art. 92 c.p., non esclude né diminuisce, invece, l’imputabilità. Non solo, il secondo comma ribadisce che, qualora il soggetto agente avesse, in una fase antecedente alla commissione del reato, preordinato il suo stato di ubriachezza, al fine di “prepararsi una scusa”, la pena sarebbe addirittura aumentata. In questo caso, sarà il giudice a dover effettuare una indagine relativa all’elemento psicologico (dolo o colpa) del momento in cui l’ubriaco ha commesso il fatto, essendo, l’ubriaco, considerato a tutti gli effetti capace di intendere o di volere al momento del fatto (si veda anche Corte Cost. 70/33).
L’ubriachezza abituale come aggravante
L’art. 94 c.p. considera “ubriaco abituale” colui che è dedito all’uso di bevande alcooliche e che si trovi frequentemente in stato di ubriachezza. Tale circostanza è considerata dal legislatore come un’aggravante.
La “ratio” di tale norma è da ricercarsi prevalentemente nell’intento di prevenzione generale e nel grande rigore che caratterizzava l’impianto codicistico del 1930, per il quale l’ubriachezza, specialmente se abituale, era connotata da un elevato disvalore (si veda, ancora, in tal senso, Corte Cost. 70/33).
La cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti
L’art. 95 c.p. rimanda alla disciplina del vizio parziale o totale di mente (artt. 88 e 89 c.p.). In altre parole, qualora l’intossicazione sia tale da rappresentare una vera e propria malattia psichica, caratterizzata da carattere ineliminabile (non guaribile) e da alterazioni patologiche permanenti (Cass. n. 35872), essa andrebbe ad incidere sulla capacità di intendere o di volere, potendo, quindi, portare ad una esclusione della imputabilità nei casi più gravi, o, perlomeno, ad una diminuzione della pena. (es. l’alcolista cronico o del tossico dipendente, per i quali, a ben vedere, è ipotizzabile la “malattia psichica” di cui sopra). Alla luce di tali brevi e sintetiche premesse, essere ubriachi non corrisponde sempre a non essere imputabili, anzi!